Intorno al referendum lombardo-veneto del 22 Ottobre

Il quesito cui sono chiamati a rispondere i cittadini lombardi e veneti avrà delle conseguenze importanti: ma qualsiasi sarà il risultato, le varie soluzioni successive rimarranno in ogni caso nell’alveo dell’unità nazionale.

In pratica, poiché non è previsto un quorum e la vittoria dei Sì è scontata, ci sono due ipotesi reali: o l’affluenza sarà alta e le due Regioni avranno la forza politica di trattare una maggiore autonomia con lo Stato, o vice versa le cose rimarranno esattamente così come ora, ma non senza effetti futuri imprevedibili.

Così come noi lo conosciamo, lo Stato unitario nazionale è il risultato un processo lungo, passato attraverso guerre – così dette d’Indipendenza e l’ultima delle quali fu la I guerra mondiale (1) – , sforzi diplomatici, plebisciti più o meno “legali” (2) , generose e tuttavia discusse avventure militari che spazzarono via nel corso di pochi decenni un ordine precedente che, con alterne vicende a geometria variabile, reggeva da secoli.

  • Esempio Spagna/Catalogna: la storia non s’è certo fatta attraverso il rispetto formale di leggi costituzionali o meno, per altro spesso disattese da chi le aveva promulgate, ma da minoranze che forzarono la situazione con modalità più o meno “violente” per raggiungere obiettivi di tipo meramente politico. Invocare la legalità di simili passaggi è veramente puerile.

La questione delle autonomie locali pre esiste alla formazione dello stato nazionale italiano moderno, e sopra tutto nel nord del paese il dibattito in tal senso fu piuttosto forte. (3)

(3) Tra i pensatori più importanti ricordiamo il lombardo Carlo Catteneo, propugnatore di uno stato repubblicano federale sullo stile della Confederazione Svizzera, il piemontese Ranza con la sua “Vera idea del federalismo italiano” che risale addirittura a fine 1700, il cattolico Gioberti che indicava la via di una federazione di stati, con la guida morale del papato che è sempre stato naturalmente anti-italiano; analoghe intenzioni sviluppò il Rosmini, sebbene con caratteristiche più liberali.

Come sappiamo finirono per prevalere le proposte monarchico – costituzionali, basate su di un modello accentratore di stampo napoleonico, con una burocrazia statale centralizzata e molto rigidamente organizzata.

Ciò accadde, a nostro avviso, per una serie di motivi ovvii: già lo stato piemontese adottava questo modello in precedenza, anche per l’influenza naturale dovuta alla vicinanza con la Francia, la quale tanta importanza ebbe nelle fasi militari.

Inoltre, la palese necessità di costruire da nuovo uno Stato che veniva da una secolare frammentazione, abbisognava una risposta chiara, tramite un progetto unitario di tale portata che, se non fosse stato implementato con coerenza ed una certa dose di coercizione, sarebbe potuto anche fallire dopo poco tempo.

Con la legge Lanza e Jacini del 1865 si estese di fatto la legislazione sabauda sugli enti locali a tutta la penisola; successivamente una serie di Regi Decreti che valsero da Testi unici si corresse, ma non nella sostanza, l’impianto generale organizzativo piemontese, sia a livello comunale che provinciale.

Dal 1923 al 1934, con una serie di provvedimenti che toccarono i comuni con l’istituzione del Podestà e l’accorpamento dei comuni di piccole e medie dimensioni, il Fascismo riformò in modo ancora più accentratore la legislazione: le autonomie locali cessano d’esistere e non ne vogliamo dare in questa sede un giudizio politico, ma solo registrare un dato di fatto.

Bisogna però sottolineare come le leggi di principio furono orientate al centralismo, ma la normativa applicata teneva in vita una sorta di spirito autonomista, tant’è che furono recuperate all’operatività molte norme precedenti ed il Ministero dell’Interno in più occasioni ebbe modo di lamentarsi dell’eccessiva indipendenza dei podestà che avevano il “torto” di adattarsi troppo alle varie realtà locali.

Il periodo di transizione dalla caduta del Fascismo alla nascita della Repubblica fu contraddistinto da una prima fase in cui le forze politiche ebbero come primo obiettivo lo smantellamento dell’impianto del ventennio, cercando d’evitare un vuoto normativo, sino all’adozione della Costituzione, il più importante strumento normativo in materia di enti locali.

I principii costituzionali furono improntati ai criteri di una più ampia autonomia, ma rimasero spesso sulla carta, tant’è che, per la diffusa ipocrisia politica cui spesso s’assiste in questo paese, il Testo Unico della legge comunale e provinciale del 1934 (pur con qualche ovvio intervento correttivo) rimase a livello operativo la normativa applicata sino alla Legge n. 142/1990.

Sono lontani i tempi in cui le Leggi licenziate erano redatte in un italiano comprensibile e con una chiarezza tale da durare per un tempo così lungo, superando addirittura scogli politici che invece in questi ultimi anni paiono insuperabili ad una misera classe politica, che s’affanna a distrarre la nazione con questioni ridicole.

(4) Per una disanima completa di questi passaggi storici leggasi: Pollini Piergiorgio “La mappa dei poteri tra organi ed uffici nelle autonomie locali” – Firenze 1998

Questo excursus era necessario per sottolineare alcuni aspetti fondamentali, cui dovremo tener conto nell’esprimere il nostro parere il 22 prossimo venturo: dall’unità d’Italia ad oggi la legislazione sulle autonomie locali è mutata spesse volte in modo schizofrenico: talvolta s’è spinta a riconoscere un’autonomia molto ampia, magari senza poi realizzarla in concreto, talvolta vi furono spinte accentratrici assai determinate.

Sappiamo, ad esempio, che l’elezione dei primi Consigli Regionali, dopo un lungo dibattito politico, avvenne all’inizio degli anni ’70. Contemporaneamente vi fu la riforma tributaria più accentratrice dallo Statuto Albertino in poi.

Anche negli ultimi vent’ani s’è assisto a questo fenomeno, ed a seconda degli umori s’è agito in modo contradditorio, senza un’idea di ampio respiro che potesse durare solidamente nel tempo.

Non v’è dubbio che i recenti Governi, in special modo quello del Presidente del Consiglio Renzi, sono intervenuti limitando al massimo possibile l’autonomia locale, mettendo sotto una fortissima tutela gli enti, adducendo come scusante per lo più motivi di carattere economico.

Ma come è ben noto, bisogna riconoscere che il problema debitorio italiano riguarda sopra tutto lo Stato centrale e qualche Regione che da sempre non è sotto controllo dal lato della spesa, non certo dai comuni a parte qualche importante eccezione (Roma capitale, non a caso, ne è l’esempio più drammatico).

Il caso delle Provincie e del loro destino è veramente incredibile a causa della sconclusionata anarchia che regna ormai incontrastata.

La Legge Delrio del 2014, che in sostanza aboliva le Provincie, in due dei suoi commi – 5 & 51 – recitava così: “In attesa della riforma del titolo V della parte seconda della Costituzione e delle relative norme di attuazione….”. E’ mai possibile che venga emanata una norma con siffatte premesse?

Sino alla bocciatura referendaria delle insignificanti “riforme” proposte da Renzi, la quale ha provocato un vuoto normativo di cui nessuno parla più, le Provincie, che agivano in una sorta di limbo istituzionale, avevano – ed hanno – un bilancio appena sufficiente e pagare gli stipendi dei propri dipendenti, con le strade abbandonate all’incuria e con le scuole che spesso non disponevano dei fondi necessari neppure per il riscaldamento invernale.

Non a caso recentemente la stessa Provincia di Brescia ha indicato il suo budget di fine anno sulle contravvenzioni stradali per una cifra di 20 milioni di euro. E’ così che oggi si fanno i bilanci pubblici.

Che succederà ora? Nessuno ne ha idea, visto che l’impianto della Delrio è completamente saltato e le Provincie sarebbero resuscitate. Il condizionale è d’obbligo.

Quindi la questione istituzionale ha evidenti conseguenze economiche, che i promotori del referendum del 22 Ottobre sottolineano con vigore.

Come è stato pubblicizzato, il residuo fiscale lombardo (ossia la differenza tra quanto i cittadini versano sotto forma di imposte, tasse e balzelli vari e quanto lo Stato centrale reimpiega nel territorio in oggetto) è pari a più di 50 miliardi di euro annui, e la solo Provincia di Brescia ha un saldo negativo di quasi 7 miliardi. Con il Veneto si raggiunge la considerevole cifra complessiva di circa 75 miliardi.

Qualora dovessero imporsi i SI, sulla scorta di quanto previsto dall’art. 116, terzo comma della Costituzione, le Regioni di diritto comune (che sono “virtuose”, hanno i conti in ordine ed in considerazione quindi della loro “specialità”) hanno la possibilità di negoziare con lo Stato centrale nuove competenze, che determineranno di conseguenza la disponibilità di nuove risorse, da impiegarsi sul territorio con modalità che per ora sono necessariamente nebulose.

Come ben sappiamo, ed a causa di annose questioni che risalgono all’unità, i denari drenati dalle Regioni del Nord Italia, sono stati spesso utilizzati malamente nel resto del paese, con metodologie assistenziali, là dove gli investimenti sono stati caotici, fallimentari, senza una visione complessiva di lungo periodo ed, in definitiva, sono serviti a quasi tutti i partiti dal dopoguerra in poi, a crearsi una base d’elettorato più o meno stabile.

La concentrazione di spese correnti è stata determinante per la creazione di un debito pubblico, al quale nessuno dei circa 70 governi repubblicani che si sono succeduti s’è sottratto dal darne un contributo, che ufficialmente raggiunge l’enorme cifra di 2.300 miliardi di euro ( trattasi di più di 30.000 euro a cittadino italiano, escluse le “risorse” allogene residenti che anzi hanno contribuito a formare il debito stesso, e non contribuiranno in alcun modo alla sostenibilità del nostro sistema pensionistico).

Si consideri inoltre che i conti pubblici sono inficiati dal fatto che molte passività sono fuori bilancio ed in realtà il debito è molto più elevato.

Per dirla tutta, grazie anche a criteri contabili piuttosto fantasiosi e con l’ausilio di istituzioni finanziarie colluse, il bilancio dello Stato è un falso.

Se in questo paese non vi è sovranità monetaria non è solo perché le funzioni di Banca d’Italia sono state trasferite alla Banca centrale europea, ma perché il debito è, rimane e rimarrà per i nostri discendenti la moneta degli schiavi, per cui o si esce da una logica di indebitamento continuo o prima o poi le conseguenze arriveranno. Chi sostiene il contrario è in malafede.

Quanto alla sovranità politica, sappiamo bene che non esiste più dal dopoguerra, sarebbe anche ingenuo pensare il contrario…

Solo nel corso di quest’anno si parla di circa 80 miliardi di ulteriore debito (questo per tacitare coloro i quali sostengono che il problema attuale italiano sia una fantomatica “austerità” che lo Stato si sarebbe imposta: dalla caduta del Governo Berlusconi ad oggi il debito pubblico è cresciuto di 400 – 450 miliardi. La spending review non è mai stata attuata e le maggiori entrate – in un periodo altamente recessivo ci sono state maggiori entrate! – se ne sono andate a coprire i buchi di un sistema pensionistico allo sfascio, in interessi passivi sul debito ed in spese correnti di varia natura).

E’ palese quindi che lo Stato centrale non vuole rinunziare alle risorse delle Regioni del Nord, senza le quali rischierebbe d’implodere.

Del resto è evidente che qualcosa deve essere fatto, poiché esiste una “questione settentrionale”, accanto a quella meridionale.

La solidarietà è indispensabile a tenere unito il territorio nazionale, ma la mala gestione prosegue da troppi decenni per non avere prima o poi conseguenze drammatiche.

E’ pur vero che gli enti locali stessi non hanno dato una gran prova di sé.

E, benché la situazione sia finanziariamente sostenibile, anche le Regioni del Nord hanno i loro problemi di inefficienza, di sprechi e di corruttela che non mancano mai laddove la percentuale d’intervento del pubblico in economia sia così importante: la pressione fiscale è indegna ed i servizi erogati non all’altezza dello sforzo dei cittadini.

Quanto all’evasione essa è sì presente, ma non nei termini con i quali viene descritta, a meno che non si voglia attribuire, come soluzione, partita iva alla criminalità organizzata che ormai imperversa pure al nord. L’evasione viene sempre evocata dai campioni dello spreco, dai parassiti che si sono diffusi nell’amministrazione della cosa pubblica.

A tal proposito ci sarebbe piaciuto sentire, tra i promotori del referendum, qualcuno che ipotizzasse un calo della pressione fiscale qualora si potessero raggiungere dei risultati concreti di maggiore autonomia, non il mantra che i soldi della Lombardia vadano spesi dalla Regione Lombardia o dagli altri enti locali.

Essi andrebbero impiegati dai cittadini lombardi come meglio gli aggrada, senza il filtro di una classe politica di qualità sempre peggiore. Anche da noi al nord…

Cosa, questa sì, che purtroppo accumuna senza tema di smentita tutta la penisola.

In sostanza, sebbene le istanze referendarie possono essere in linea di principio corrette e l’iter scelto più sostenibile e meno traumatico di quanto abbiamo visto in altri paesi europei, i nodi principali da sciogliere rimangono e rimarranno due:

  1. Un progetto istituzionale complessivo, coerente e semplice, che possa finalmente durare decenni e che indichi con la necessaria precisione competenze e risorse, senza adottare norme con principii talmente ampi da risultare poi inapplicabili di fatto. A nostro modesto avviso alcune possibili soluzioni potrebbero essere le seguenti:
  1. Che lo Stato centrale si limiti a fare alcune cose fondamentali che palesemente non possono essere demandate, né sopra (a livello di commissioni europee s’intende, che andrebbero a loro volta riformate, giacché il parlamento europeo è una farsa), né sotto (non è che le Regioni possano occuparsi di politica estera, ad esempio); questo andrebbe a favore di una sua autorevolezza perduta: poche cose indispensabili fatte bene, invece di molte fatte male, e con responsabilità ben precise;
  2. Creazione di alcune macro regioni, al fine di una razionalizzazione istituzionale e di spesa: è ridicolo avere Regioni con un numero di abitanti inferiore di quello d’alcune Provincie;
  3. Accorpamento coatto dei comuni con abitanti inferiori a 5.000 abitanti; specialmente laddove le caratteristiche del territorio e l’uniformità delle problematiche lo possano consentire;
  4. Riforma generale delle partecipate a qualsiasi livello, in particolare la deriva delle municipalizzate in questi ultimi anni è sotto gli occhi di tutti;
  5. Riforma complessiva delle norme di finanza pubblica, che ormai, a forza di modifiche quasi giornaliere è divenuta un coacervo inestricabile di provvedimenti (ciò è sicuramente fatto apposta, per lanciare il messaggio alla popolazione che solo dei sedicenti esperti possano occuparsi con cognizione di causa della cosa pubblica).

 

  1. Una selezione migliore della classe dirigente è indispensabile: se è pur vero che la disaffezione dell’elettorato dipende in parte dalla sensazione che il parlamento nazionale non conti più nulla (che è un sentire reale, del resto: molte materie vengono pedissequamente recepite dal livello europeo e spesso, a colpi di fiducia dei Governi, il dibattito è pressoché inesistente. I parlamentari si limitano a votare sulle indicazioni dei capigruppo senza capire nulla di quanto si va a deliberare), ed a cascata si potrebbero fare gli stessi ragionamenti anche a livello locale; d’altro canto non vi è nei partiti sventrati dalla loro stessa inconsistenza, né una scuola politica, né a livello universitario una scuola di pubblica amministrazione, come ad esempio quella francese, dove la burocrazia si possa formare.

Non so quale affluenza ci potrà essere al referendum in oggetto, ma una cosa è certa: se non si recupera la popolazione all’entusiasmo di servire la propria comunità, sia essa nazionale o locale,  e non le si danno gli stimoli e gli strumenti necessari ad affrontare il compito arduo con competenza (l’onestà bisognerebbe darla per scontata), non saranno leggi raffazzonate o consultazioni più o meno estemporanee a ridare a questo paese la dignità che merita, ed a colmare quello scollamento tra istituzioni e popolo che a tutt’oggi pare inarrestabile.

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